Dal 1° gennaio 2027 l’età per andare in pensione di vecchiaia non sarà più la stessa. La legge di Bilancio 2026 ha stabilito che il requisito anagrafico salirà a 67 anni e un mese e, dal 2028, aumenterà ancora fino a 67 anni e 3 mesi. A prima vista può sembrare un ulteriore aggravio per chi lavora, ma paradossalmente la notizia non è tra le peggiori. Il motivo è semplice: molti lavoratori già oggi, se non raggiungono almeno venti anni di contributi pieni, devono aspettare i 71 anni per poter ottenere la pensione. E con l’innalzamento previsto, dal 2028 il traguardo salirà addirittura a 71 anni e 3 mesi.
A qualcuno può sembrare un’esagerazione, quasi una scelta arbitraria fatta dal Parlamento. In realtà non è così. L’aumento dell’età pensionabile discende direttamente dai dati ufficiali dell’ISTAT sull’aspettativa di vita degli italiani. Più viviamo a lungo, più si sposta in avanti la soglia della pensione, perché il sistema deve rimanere sostenibile nel tempo.
Per capire come siamo arrivati a questi numeri bisogna fare un passo indietro. Fino agli anni Novanta l’età per la pensione veniva stabilita solo dalla legge e non era collegata alla durata media della vita. Chi sceglieva di uscire prima, attraverso la pensione di anzianità, prendeva un importo un po’ più basso, ma iniziava a riceverlo molto prima. Per questo il vantaggio economico complessivo per il pensionato era spesso superiore. E gli anticipi erano enormi: nel pubblico si usciva prima dei 40 anni, nel privato poco dopo i 50. Un quadro oggi impensabile.
Tutto cambia con la riforma Dini del 1995, che introduce il sistema contributivo. Da allora la pensione non è più una formula fissa decisa dal legislatore, ma deriva direttamente da quanto il lavoratore ha versato nella sua carriera. I contributi vengono accumulati e rivalutati nel cosiddetto montante contributivo e su questo ammontare si applica un coefficiente di trasformazione. È questo coefficiente, legato all’età del pensionando, che determina quanto sarà l’assegno mensile.
Il coefficiente funziona come una sorta di divisore: più sei giovane quando vai in pensione, più mesi presumibilmente vivrai e più il montante deve essere “spalmato” nel tempo. Risultato: l’assegno è più basso. Se invece rimani al lavoro più a lungo, il coefficiente cresce e quindi il trattamento aumenta. Il sistema è stato pensato per essere neutrale: ciascuno è libero di scegliere quando ritirarsi, ma il costo per lo Stato resta più o meno equivalente.
In origine i coefficienti erano riportati direttamente nella legge, validi dai 57 ai 65 anni. Dopo la crisi del 2008, e poi con la riforma Fornero, è stato introdotto un aggiornamento periodico basato sulle rilevazioni ISTAT sulla speranza di vita. Oggi i coefficienti coprono un arco che va dai 57 ai 71 anni. Ogni aumento dell’aspettativa di vita determina uno slittamento automatico dei requisiti per il pensionamento.
L’incremento previsto dalla legge di Bilancio 2026 si inserisce proprio in questo meccanismo. La novità arriva dopo un biennio in cui la speranza di vita è cresciuta in modo significativo, recuperando anche la flessione registrata durante gli anni del Covid. Tanto che un decreto del MEF del dicembre 2025 aveva già programmato un aumento dei requisiti di tre mesi dal 2027. È stata poi la legge di Bilancio a ridurre l’incremento e a rinviarne gli effetti di due anni.
Per capire davvero il fenomeno basta guardare alla struttura demografica italiana. Siamo tra i Paesi più longevi al mondo, con un tasso di natalità però in costante diminuzione da oltre sessant’anni: dalle oltre un milione di nascite del 1965 siamo scesi a circa 380 mila nel 2024. È evidente che sempre meno giovani devono sostenere un numero sempre maggiore di anziani.
Va ricordato anche che, nel calcolo della pensione, la speranza di vita è unica per uomini e donne. Se si applicassero valori distinti, le donne — che in media vivono circa otto anni in più — riceverebbero assegni significativamente più bassi, per un meccanismo puramente matematico.
Infine, l’età di riferimento per misurare la variazione della speranza di vita è quella dei 65 anni. Questo perché più si avanza con l’età, più la statistica si modifica. Una persona di 60 anni oggi ha un’aspettativa di vita di poco più di 22 anni, mentre per chi ha 70 anni scende intorno ai 16. Sono dati molto diversi da quelli del 2011, quando il valore per i 70enni era di circa un anno inferiore.
Alla fine, la realtà è semplice: si va in pensione più tardi perché si vive più a lungo. E finché questa tendenza continuerà, il sistema sarà destinato ad adeguarsi di conseguenza.
In altri termini, più anni si prevedono da vivere dopo il pensionamento, maggiore sarà il periodo durante il quale lo Stato erogherà l’assegno previdenziale, rendendo necessario un innalzamento dell’età minima.